Di cosa ti occupi oggi in Philmark Informatica?
Sono Team Leader nella Digital Factory e Community Ambassador. Il mio lavoro è un equilibrio tra attività tecniche e coordinamento: analizzo le richieste dei clienti, valuto la fattibilità dei progetti, definisco le attività e le assegno alle persone del team, cercando di tenere insieme esigenze progettuali, competenze e crescita professionale. Continuo comunque a sviluppare software, soprattutto con tecnologie Microsoft, .NET e architetture web complesse. Oggi una parte importante del mio lavoro riguarda l’utilizzo dell’intelligenza artificiale applicata allo sviluppo: uso quotidianamente strumenti di AI per supportare l’analisi, la progettazione, la produzione e la revisione del codice, i test e la documentazione. Non si tratta solamente di scrivere codice più velocemente, ma di ripensare il processo di sviluppo, mantenendo sempre il controllo sulla qualità, sulla sicurezza e sulle scelte architetturali. Cerco inoltre di trasferire queste competenze al team e di individuare modalità concrete e sostenibili per introdurre l’AI nei progetti. Supporto, infine, l’area Talent nelle interviste tecniche e nell’inserimento dei nuovi colleghi.
Come si è sviluppato il tuo percorso fino al ruolo attuale?
Ho iniziato come junior developer alla fine degli anni ’90, lavorando in diversi contesti tra Veneto e Lazio. Sono partito dallo sviluppo backend e, nel tempo, mi sono evoluto verso un profilo full stack, lavorando anche sul frontend e sul mobile, soprattutto con tecnologie Microsoft e Flutter. Parallelamente ho assunto responsabilità nell’analisi dei requisiti e nella gestione dei progetti, diventando un punto di raccordo tra gli stakeholder e il team tecnico: raccolgo le esigenze, ne valuto la fattibilità e le traduco in attività, priorità e soluzioni progettuali.
Se dovessi descriverti con tre aggettivi, quali sceglieresti?
Curioso, appassionato e collaborativo. La curiosità mi spinge a esplorare nuove tecnologie; la passione è quella che ti fa programmare anche nel tempo libero; la collaborazione è fondamentale per costruire un team che lavora come un unico gruppo, e non come una somma di individualità.
Cosa ti appassiona fuori dall’ufficio?
Anche fuori dall’orario di lavoro mi piace sperimentare con il codice, ma non c’è solo quello. Dedico tempo al modellismo e al collezionismo, che richiedono pazienza e precisione, suono la chitarra e mi diverto con attività più leggere come il ping-pong. In generale cerco sempre piccole sfide che tengano allenata la mente.
Cosa hai imparato dai tuoi primi capi progetto?
Mi hanno insegnato a mantenere calma e ordine, soprattutto nei momenti di pressione, e a ricordare che l’obiettivo è sempre quello del team, non del singolo. Questo approccio mi ha aiutato a gestire meglio i progetti e oggi cerco di trasmetterlo alle persone che coordino.
Perché hai scelto di lavorare nell’Information Technology?
Tutto è iniziato con il Commodore 64: per un ragazzo dell’epoca vedere “prendere vita” poche righe di codice sullo schermo era qualcosa di magico. Da lì ho capito che volevo lavorare con il software. Oggi continuo a pensarla così: l’IT ti costringe a rimanere aggiornato, ti mette a contatto con i giovani e ti permette di migliorare processi e servizi in quasi ogni ambito.
Quando incontri profili junior nei colloqui tecnici, cosa ti aspetti da loro?
Prima di tutto sincerità. Dal CV si capisce che un profilo è junior, quindi è normale che non sappia tutto. Quello che cerco è la voglia di imparare: curiosità, disponibilità a studiare, ad accettare feedback e a fare domande. Se c’è questo atteggiamento, la mancanza di esperienza su uno specifico tool si colma rapidamente.
Che consigli daresti a chi sta cercando il primo impiego o sta muovendo i primi passi?
Suggerirei di non avere fretta e di non voler bruciare le tappe. È giusto tenere d’occhio l’aspetto economico, ma i primi anni dovrebbero servire soprattutto a costruire competenze solide, scegliendo contesti in cui si può crescere davvero. Umiltà, ascolto e continuità nello studio sono gli ingredienti principali.
C’è un consiglio che avresti voluto ricevere all’inizio della tua carriera? E uno che col senno di poi non avresti seguito?
Avrei voluto che qualcuno mi dicesse chiaramente di prendermi il tempo necessario per imparare, senza correre troppo. Il consiglio che oggi rivedo è quello di puntare solo al “posto fisso”: in passato circolavano meno informazioni e alternative, e questo limitava un po’ lo sguardo. Oggi abbiamo molti più strumenti per fare scelte consapevoli lungo il proprio percorso.
Hai un principio che ti guida nel lavoro quotidiano e nel tuo ruolo di Community Ambassador?
Due in particolare: “keep it simple” e “non reinventiamo la ruota”. Cerco sempre di semplificare i problemi e di usare soluzioni collaudate quando esistono già. Come Community Ambassador provo a fare da ponte tra persone, progetti e community esterne, valorizzando le competenze e raccontando in modo autentico quello che facciamo: alla base di ogni tecnologia ci sono sempre le persone e le loro storie.
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